domenica 21 luglio 2013

INTERVISTA AL CARSISTA FABIO FORTI - 4 - IL DILUVIALE



La quarta parte della nostra intervista a Fabio Forti racconta di tutte le prove che avvalorano la tesi dell’esistenza di un periodo che il nostro carsista definisce DILUVIALE in contrapposizione al periodo glaciale.

Prima parte dell'intervista
Seconda parte dell'intervista
Terza parte dell'intervista



-         E’ da qualche anno che lei parla di diluviale e non di era glaciale nel Pleistocene con parecchie pubblicazioni. Ne possiamo parlare.



Ghiacciaio dell'Aletsch in Svizzera
Devo fare una premessa storica. La domanda che noi tutti dobbiamo farci è: quando è nata l’idea dell’era glaciale? In Svizzera, nel 1815. In quel periodo le coperture glaciali avevamo la massima estensione sulla Catena delle Alpi. Estremizzando il concetto, uno svizzero a quell’epoca aprendo la finestra di casa, vedeva solo ghiaccio. Nel 1830 tale situazione venne identificata con una teoria, forse è meglio chiamarla ipotesi, della cosiddetta era fredda. E’ diventata ufficiale come quella delle glaciazioni, ad un convegno internazionale e come tale, venne così stabilito per tutti i continenti dell’emisfero boreale, che la morfologia delle montagne,  delle valli e laghi compresi, era dovuta al fattore determinante dell’azione chiamiamola erosiva, dovuta allo scorrimento di enormi colate di ghiaccio. Fu stabilito anche che questi periodi freddi fossero avvenuti a fasi alterne (periodi interglaciali) nel corso del Pleistocene. Così nell’Olocene, in questo ultimo periodo (iniziato all’incirca 12.000 anni fa), siamo invece passati nel post glaciale e definito come quello di una fase climatica più “temperato–calda” rispetto al precedente, con il progressivo arretramento di tutte le coltri glaciali.

Ma è da osservare che questo problema delle glaciazioni è stato affrontato dalle scienze naturali,  quando agli inizi del XIX secolo di Geologia del nostro pianeta se ne sapeva ancora ben poco. Infatti il cosiddetto sistema “glaciale”, era strettamente legato ad un fatto più intuitivo che altro, ossia derivava dalla considerazione sulla morfologia delle morene e dei massi erratici, che non potevano essere altro che i prodotti dell’enorme copertura glaciale. 

Per farla breve, il sottoscritto che da ben sessantotto anni si dedica allo studio del carsismo, di periodi glaciali nelle grotte non ha mai trovato niente. Tuttavia, consapevolmente, per molti anni non ho preso alcuna posizione. 
Denti di ippopotamo del Carso triestino

Eppure seguendo  per diversi anni gli archeologi, cioè coloro che  scavano nei sedimenti alluvionali, delle grotte, costoro nelle loro relazioni e pubblicazioni parlavano di sedimenti alluvionali, diluviali, con depositi in cui appariva evidente il “trasporto” di ossa di animali vari (leoni compresi), ecc. dove non risultava in alcun modo alcunché di glaciale, anzi sembrava trattarsi invece di un clima piuttosto caldo, umido, e soprattutto molto piovoso che doveva essersi protratto con fasi alterne almeno per tutto il Pleistocene.

Ma un po’ alla volta continuando nei miei studi sul carsismo ipogeo, ossia sulle grotte,  dovetti seriamente considerare che i contenuti morfologici all’interno delle cavità, puntavano decisamente a significare, che non si trattava affatto di condizioni climatiche “glaciali”  quindi fredde, ma di situazioni decisamente “diluviali” e quindi assolutamente non fredde, anzi piuttosto “calde”.

Come mai? Ecco elencate le motivazioni d’ordine geomorfologico viste, considerate, studiate, confrontate.

Nei sistemi di cavità a galleria del Carso sono presenti sulle pareti relitti di mensole sub orizzontali di concrezione calcitica che ricoprivano enormi livelli di depositi sabbioso-argillosi, spessi anche decine di metri. Nella zona di Slivia in un “relitto di cavità” sono stati trovati cementati in una  breccia (si forma in un periodo caldo) resti di ossa di rinoceronti, ippopotami, iene, cervi, orsi, elefanti ecc. Ma la domanda che dovete farvi, ma cosa ci stavano a fare gli ippopotami sul Carso, erano forse in visita turistica? Potrei continuare ma voglio solo aggiungere un altro caso.


Concrezioni calcitiche nella grotta delle Conturines - tratto da www.ursusladinicus.it
Questa volta la testimonianza di un periodo diluviale viene portata da una grotta sulle Dolomiti, precisamente sulle Conturines a 2800 metri di quota. In tale cavità si osservano concrezionamenti calcitici, che è quasi assolutamente impossibile che si formino in un “periodo glaciale”. Poi, sono state ritrovate numerose ossa di Ursus spelaeus;  chissà forse erano in vacanze sciatorie - ma come hanno fatto a salire sugli immensi ghiacciai che avrebbero dovuto interamente coprire il sistema alpino? Qualcuno afferma che lo strato di ghiaccio sulle Alpi poteva superare anche i 2000 metri;  ma gli orsi, come ci sono arrivati, cosa mangiavano lassù?

Potrei andare avanti per delle ore a raccontarvi una vistosa sequenza di anomalie, che tutte danno una sola indicazione, l’esistenza del DILUVIALE. Le grotte non ci raccontano di periodi freddi e di ghiacci, al contrario ci parlano di acqua e tanta, ma soprattutto di un periodo caldo almeno fino alla fine del Pleistocene. Poi è arrivato un clima decisamente assai meno piovoso e sicuramente più freddo, ossia quello attuale.

Poi, per alcuni anni ho preso in considerazione diversi depositi  morenici, i resti dei ghiacciai del Monte Canin e della Marmolada.  Io, povero sprovveduto carsista, privo assolutamente di qualsiasi tipo di condizionamento,  ho osservato l’immensa Morena del Tagliamento; essa non è altro che un alto terrazzo fluviale, ricchissimo oltre che di sassi,  massi, ciottoli, anche di enormi depositi sabbiosi e argillosi, in altre parole terrosi, di composizione tale e quale della stessa successiva pianura del Tagliamento.  D’altra parte la Val Padana, dove sull’attuale asse scorre il Fiume Po, (post diluviale), nel Pleistocene doveva essere esteso quanto tutta  l’attuale Val Padana.  Al suo confronto, oggi il Po non è altro che un fiumiciattolo!

Ma ritorniamo con la nostra particolare attenzione  in Grotta Gigante, dove abbiamo avuto la possibilità di studiare l’andamento della crescita e della variazione cromatica delle stalagmiti.  Tutte le grandi stalagmiti e non solo nella Grotta Gigante, mostrano un’evidente rallentamento nella loro crescita, in particolare dai 25.000 anni all’incirca fino al presente. Tutto ciò ci è stato testimoniato  da misure di radiodatazione di una sezione longitudinale di stalagmite.  Tale diminuzione di crescita è evidentemente dovuta ad un progressivo rallentamento dello stillicidio che come noto viene condizionato dalla piovosità esterna.   

Stillicidio - foto di Paolo Forti

Ma c’è di più, la colorazione giallo-rossastra di tonalità costante per centinaia di migliaia di anni, all’incirca negli ultimi 10-12.000 anni, è virata nettamente sul bianco latteo.  Come mai? La vecchia colorazione giallo rossastra era dovuta agli ossidi di ferro che passano in soluzione nelle acque, ad una temperatura superiore a quella medio-climatica attuale.  Oggi invece l’ossido di ferro evidentemente non passa più in soluzione. Ma allora dov’era questa era glaciale?  Ma c’è di peggio, nelle Grotte di Postumia, con un clima di alcuni gradi inferiore alla Grotta Gigante, proprio dagli ultimi 10-12.000 anni, lo stillicidio tende a creare sulla loro sommità dei fori di dissoluzione, anziché  a far crescere la stalagmite (vedi il video). Questo è indicativo di acque più fredde.  Deboli ma evidenti simili segnali, abbiamo riscontrato anche nella Grotta Gigante. Spero sia noto che l’anidride carbonica è molto più aggressiva (perché maggiormente solubile) nelle acque fredde.  Ma allora nel periodo glaciale pleistocenico, come  si sono accresciute le stalagmiti nelle grotte?




Ma le nostre ricerche carsiche le abbiamo estese anche nelle forre presenti  nelle rocce calcaree, in particolare nella Forra di Pradis e sull’alveo del torrente Cosa  (Prealpi Carniche). Nessuna forra avrebbe potuto approfondirsi per 50-60 metri con l’azione di un ghiacciaio, visto che in certi luoghi è larga un solo metro. In questo caso si è avuta la certezza che la consumazione delle rocce calcaree è stata da 10 a 100 volte maggiore che non sulle rocce limitrofe. Infatti qui nella forra, vi è anche un contributo meccanico dovuto ai sassi, massi, trascinati violentemente dalle acque nei momenti di piena. Qualche tempo fa abbiamo rilevato una particolare e molto rapida consumazione della roccia in alveo, di 1 millimetro nel passaggio di una piena della durata di solo poche ore.

Vorrei parlarvi adesso di un altro problema, legato alle glaciazioni, ossia quello dei  massi erratici. E’ stato sempre detto che sono dei blocchi di roccia trasportati e poi depositati dai ghiacciai. Forse no!

Vi faccio un piccolo e semplice esempio. Sempre in zona Pradis si trova un assai modesto Rio Morat (è un affluente che si immette nella Forra). Avevamo sistemato  anche li una stazione di misurazione. In un giorno qualunque, c’è stata una pioggia eccezionale e sulla stazione di misurazione si è trovato un blocco di roccia delle dimensioni di 70x60x50 cm, semplicemente appoggiato. Nella zona circostante si è avuto il fenomeno della così detta”bomba d’acqua”. Dalle tracce lasciateci, il livello di quel torrentello si è alzato di circa 3 metri e quel masso ce lo siamo trovato sulla nostra stazione sollevato e trasportato, come un fuscello dalla immensa forza delle acque in piena, da una distanza valutabile ad oltre un centinaio di metri.  E’ questo un esempio piuttosto evidente che se sul nostro pianeta anziché di ere glaciali, si fosse parlato di ere diluviali, molti dei suoi chiari ed evidenti fenomeni e testimonianze avrebbero potuto essere agevolmente spiegati. Abbiamo   allora dato inizio anche ad uno studio dei terrazzi rocciosi posti all’interno della forra.  Dopo una piena il terrazzo si è caricato di sassi e massi anche di grandi dimensioni. Successivamente lo abbiamo completamente ripulito, per constatare nuovamente l’entità del fenomeno alla prossima piena.

Queste ricerche ci hanno portato un po’ alla volta ad avere una visione diversa della situazione dalle teorie consolidate sulle fenomenologie “glaciali”.

Parliamo adesso di un altro fatto molto interessante. Dalla precedente letteratura carsica si legge che quando nelle grotte ad andamento a galleria venivano trovate delle sabbie quarzose, queste evidentemente estranee all’ambiente locale, venivano definite di origine eolica , cioè portate  dal vento. Ma da dove!  Ma lo sapete che dalle immagini dei satelliti e dall’esperienza, solo le polveri possono volare lontano? (chi ha un’automobile speriamo si sia accorto della loro presenza sulla vernice della carrozzeria). Forse quelle sabbie quarzose sono di origine fluviale-diluviale?

Isola di Sansego - Croazia
Continuando con gli esempi a favore del diluviale, esiste un problema che non ha avuto ancora  una ragionevole soluzione, ossia l’origine delle sabbie di Sansego.  Si tratta di un’isola poco al largo di Lussino (tra la costa istriana e quella dalmata), di 3 km quadrati la sua superficie  e di 7 km di sviluppo costiero. Sopra il basamento calcareo si trova un consistente ed alquanto eccezionale deposito di sabbia quarzosa, con un’altezza sul livello del mare di 98 m. Secondo il geologo dell’Istria Carlo D’Ambrosi, lo spessore di queste sabbie quarzose è attorno ai 60 m al di sopra del basamento roccioso. Secondo tutti gli autori che si sono più volte interessati a questo imponente deposito sabbioso (in mezzo al mare), l’origine attribuita è stata a carattere di Loess, in altri termini sabbie eoliche. 

A giustificazione di un tale attribuzione, visto che comunque appariva del tutto anomala questa strana presenza su di uno sperduto isolotto di tanta sabbia, allora l’evento sabbioso non poteva essere altro che…caduto dal cielo, cioè eolico. Riassumendo e generalizzando quanto è stato espresso dal D’Ambrosi, apprendiamo che  tali sabbie vennero, inoltre, definite di origine  padana e quindi di provenienza alpina, Ma come hanno fatto a volare  fino sull’Isola Sansego queste sabbie padane?  Non ho mai potuto capire come non si siano accorti che tali sabbie sono ricche di conchiglie. Trasportate anche queste con il vento? Per dirla tutta, si sono accorti della loro presenza ma hanno detto che la loro presenza era dovuta all’uomo preistorico che per motivi commestibili le ha trasportate lassù e lasciate. In conclusione, la loro origine  è sicuramente di provenienza molto diversa, che non ha nulla a che fare con glaciazioni o venti fortissimi, bensì sicuramente dovuta ad un trasposto idrico…ma vi risparmio il tormento di una lunga ed assai articolata spiegazione!


1 commento:

  1. buona lettura
    http://quaternary-science.publiss.net/system/articles/pdfas/827/original_vol60_no1_a11.pdf?1307361147

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